Firenze, Livorno. Ma anche Pesaro, Ostia. In pochi giorni sono queste le tappe dell’onda femminicida che sta investendo drammaticamente il nostro Paese.

Firenze, Livorno. Ma anche Pesaro, Ostia. In pochi giorni sono queste le tappe dell’onda femminicida che sta investendo drammaticamente il nostro Paese.

Siamo ancora certi si debba parlare soltanto di un’emergenza sociale? O forse, sarebbe più opportuno iniziare a ragionare sull’esistenza di un’urgenza normativa e politica? Le donne, non dobbiamo dimenticarlo, incontrano ogni giorno lo spettro della violenza, dei soprusi, della morte, in una società che sa, che vede, ma che non sempre ha il coraggio di intervenire. Di fronte a questo pericolo incalzante allora l’impegno profuso dal sistema istituzionale, chiediamoci, è sufficiente?
Occorre una prevenzione che vada fino in fondo. E che accompagni con certezza di diritto quella gigantesca spinta di prevenzione e sensibilizzazione messa in campo dall’universo associazionistico dei Centri Antiviolenza. I numeri ci mettono di fronte ad un trend allarmante: nel 2005, i casi di omicidio sono stati 101, nel 2006 107, nel 2007 113, nel 2008 119, nel 2009 127, nel 2010 137 nel 2011 ben 124, e infine nel 2012 oltre 100. Esiste una convenzione, firmata ad Istanbul l’11 maggio del 2011 (sostenuta anche dall’Italia), che riguarda specificatamente la prevenzione e la lotta contro la violenza femminile e tutti i casi di violenza domestica. E’ il primo strumento internazionale vincolante, che realizza un quadro giuridico completo per proteggere le donne e le bambine contro qualsiasi forma di violenza. Ma è anche il primo trattato internazionale che riconosce la violenza sulle donne, quale violazione dei diritti umani e forma di discriminazione. Da qui dovrà ripartire nell’immediato il Parlamento Italiano, lavorando con rapidità alla costruzione di un impianto normativo forte e capace di incidere con atti concreti e risolutivi. La violenza sulle donne è sì un problema di leggi, ma è anche una piaga educativa, didattica, e non meno di gestione mediatica della comunicazione sociale. Serve quindi uno sforzo diffuso, una spinta corale verso un cambiamento profondo, che parta dal basso per incidere fino al vertice del problema. Affinché, ogni sforzo istituzionale, si affianchi efficacemente ad uno sforzo culturale e di mentalità. Perché la violenza non mai è un errore dell’amore. Ma, all’opposto, è un atto di mancanza d’amore.

di Silvana Maniscalco

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