La nostra intervista all'On. Mara Carfagna

La nostra intervista all'On. Mara Carfagna

Onorevole Carfagna, cosa cambia nello scenario normativo in tema di violenza contro le donne dopo il via libera del Parlamento Italiano al recepimento del Trattato di Istanbul? Quali i punti fondamentali?
«Si tratta del primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza. In più, l’istituzione di una commissione bilaterale potrebbe introdurre una novità giuridica molto importante: l’introduzione dell’aggravante di genere per i femminicidi, quindi l’uccisione delle donne in quanto tali. Si va verso un inasprimento della pena, uno degli aspetti normativi di rilievo. È anche vero, però, che la convenzione, per poter trovare efficace applicazione a livello comunitario, dovrà essere ratificata da almeno altri cinque stati. Un aspetto questo molto importante e sul quale spero convergano le sensibilità degli altri governi. In ogni caso i punti fondamentali della Convenzione riguardano interventi di prevenzione contro la violenza sia fisica che psicologica sulle donne, atti riconosciuto come violazione dei diritti umani. Il quadro di interventi va dall’istituzione di una rete di case rifugio per l’accoglienza delle vittime, a servizi sanitari dedicati, all’adeguata protezione e risarcimento giudiziario della vittima di violenza. Ci sono poi norme specifiche per le donne migranti e azioni per combattere stereotipi e pregiudizi».

Quale valore ha la cooperazione fra politica e territorio nella lotta contro il fenomeno della violenza di genere?
«La violenza di genere si combatte attraverso l’accoglimento, da parte degli Stati, di convenzioni come quella di Istanbul, di approvazioni di leggi specifiche di tutela come quella sullo Stalking, ma a queste va associata una stretta cooperazione fra politica e territorio perché la garanzia per i cittadini è la presenza percepibile dello Stato nella vita di tutti i giorni ».

I recenti fatti di cronaca e le statistiche nazionali ci disegnano l’evoluzione di un dramma sempre più difficile da arrestare, da cosa nasce una politica di prevenzione reale?
«Credo che il coinvolgimento delle scuole, e quindi il passaggio di messaggi positivi che sensibilizzino all’educazione civica gli studenti anche sin dalle classi primarie, possa essere un importante deterrente. La cultura del rispetto reciproco non è, purtroppo, un valore scontato. Una condizione questa dettata anche dalle diverse esperienze di vita vissuta, a maggior ragione se in ambienti lontani dal valore della legalità. Per questo credo fermamente nella necessità di insistere e di lanciare campagne di informazione nelle scuole. Anche così passa il valore di una legge e il suo rispetto».

Contrastare il femminicidio significa costruire le premesse per una società dove il dialogo, la tolleranza e la reciprocità d’ascolto ritornano ad avere un valore determinante nel tessuto familiare e relazionale. Come si coniuga questa missione all’interno di un attore sociale come la scuola. Che ruolo ha il sistema educativo nella diffusione di un nuovo concetto di rispetto di genere?
«Come ho già accennato, la scuola svolge un ruolo primario nella crescita dei ragazzi perché – dopo la famiglia – ha il duplice ruolo di formazione ed educazione. La nostra forma mentis si costruisce rispetto agli stimoli, agli esempi, ai gesti che quotidianamente siamo abituati ad osservare o alle affermazioni e alle opinioni – a volte fuorvianti – che ci vengono sottoposte quotidianamente. Per cui va da sé che è proprio quando si è bambini ed adolescenti che è possibile assorbire ciò che di positivo c’è nelle differenze di genere, un aspetto che va sviluppato nel rispetto di sé e degli altri. È anche vero che non sempre i bambini hanno la possibilità di vivere in ambienti familiari sereni, ed è in questi casi che insegnanti ed educatori hanno il diritto-dovere di svolgere un ruolo di sentinella in difesa dello sviluppo culturale del ragazzo».

I Centri Antiviolenza diventano sempre più fondamentali nel costruire una rete di collaborazione e sensibilizzazione con il resto della società civile: forze dell’ordine, strutture ospedaliere, cittadini. Cosa si sta facendo, in termini di risorse, perché possano incidere più efficacemente sul territorio?
«Nella mia esperienza di ministro per le Pari Opportunità posso dire di non aver mai sottovalutano il lavoro prezioso dei Centri Antiviolenza. Anzi, ho ritenuto tali strutture talmente importanti da istituire, per la prima volta, un Piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking. Un documento che, realizzato insieme agli operatori, è nato per finanziare e implementare i centri già attivi e realizzarne di nuovi per avere finalmente una copertura omogenea dei servizi sul territorio nazionale. Le risorse a disposizione per finanziare il Piano all’epoca ammontano a 20 milioni di euro. Un finanziamento che ha resistito a tutti i tentativi di taglio, dovuti al momento di crisi economica, e che è stato quindi dedicato a questa specifica finalità. Su tali risorse sono convogliate alle strutture, come sempre accaduto, attraverso bandi specifici. Ciò non toglie che servano più fondi. Per cui anche dall’attuale governo ci aspettiamo nuova attenzione e ulteriori aiuti economici».

Talvolta i media e gli organi di informazione sono responsabili di messaggi fuorvianti e non sempre frutto di un’attenta riflessione culturale. Crede si debba scrivere un patto etico con chi si occupa di comunicazione, in fatto di violenza contro le donne?
«La correttezza dei messaggi passa innanzitutto da una buona informazione, e affinché i media e i giornalisti, nell’esercizio della loro attività, sappiano rispettare i protagonisti di delicate vicende che riguardano la violenza contro le donne, un patto etico potrebbe effettivamente rappresentare un caposaldo e soprattutto il confine da non oltrepassare affinché il bene e la riservatezza delle vittime venga prima di tutto. Credo sia uno spunto molto importante, affinché chi nel giornalismo si occupa in maniera specifica di tali tematiche abbia un ulteriore arricchimento dal punto di vista della deontologia professionale».

Il suo messaggio a tutte le vittime che sono costrette a vivere all’ombra del silenzio?
«Di trovare sempre e comunque la forza e il coraggio di chiedere aiuto, di raccontare il proprio dramma e di utilizzare strumenti legislativi come la legge sullo Stalking. Certo, non è sempre così semplice, perché una donna che subisce violenza viene ferita nel corpo, nella mente e nel cuore. Necessita, così, di maggiore sostegno e forza psicologica per decidere di difendersi. Ma ne va della sua vita, e questo vale più di ogni altra cos

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