Omicidio Sara

La storia si ripete: la parola amore confusa e tradita in nome della follia. Ce lo dice il caso di Sara, ennesimo episodio di tragedia, ancor prima che femminicidio. Perché uccidere non ha mai a che fare con la parola amore, con i valori del sentimento, con quel legame emotivo che è custode di vita. Ancor più, se all’uccisione segue l’eliminazione del corpo, il suo annullamento fisico.

La storia si ripete: la parola amore confusa e tradita in nome della follia. Ce lo dice il caso di Sara, ennesimo episodio di tragedia, ancor prima che femminicidio. Perché uccidere non ha mai a che fare con la parola amore, con i valori del sentimento, con quel legame emotivo che è custode di vita. Ancor più, se all’uccisione segue l’eliminazione del corpo, il suo annullamento fisico.

Questo il primo insegnamento che le donne vittime di violenza dovrebbero far proprio: non confondere mai la caducità di una relazione con il linguaggio dell’amore.
La battaglia di chi si occupa di cultura di genere inizia da qui: restituire alla fragilità delle donne vittime di maltrattamenti e soprusi il coraggio di vedere, di capire, oltreché denunciare, parlare, quindi allontanarsi.

L’anno scorso sono stati quasi 1200 gli ammonimenti ordinati dai questori, oltre 200 gli allontanamenti dal nucleo familiare o dalla coppia. Misure necessarie, ma che forse non bastano. Ogni richiesta d’aiuto, ogni provvedimento dell’autorità, ogni sentenza, rappresentano risposte importanti, ma che purtroppo non insegnano, non educano.
La violenza di genere infatti è qualcosa di più inquietante, che non si può eludere o ridurre a sola follia: in essa c’è la crisi di un'intera società (in passato i casi di violenza non si traducevano nella brutale attualità dell’eliminazione corporale); c’è l’individualismo e l’esasperazione dell’egoismo; c’è la cultura del possesso, l’impreparazione al rifiuto.
In questa deriva collettiva la sola via resta ancora una volta una parola, necessaria, determinante: educare. Educare in casa, in famiglia, nella scuola. Educare al rispetto, alla relazione col mondo, al dialogo, ma anche alla rinuncia e alla sconfitta.

La rinascita di una società parte da qui: dal recupero e dalla rigenerazione di quei valori di convivenza e convivialità civica e civile che educano. Solo in questo modo possiamo sperare nel germoglio di nuove forme di cittadinanza: persone, cittadini, educati al confronto, non allo scontro, educati alla vita, non alla morte.
Se non riusciremo ad unirci attorno a questa sfida, tutti, uno per uno, continueremo a sentire ancora per troppe volte episodi come quello di Sara. E in questo caso, già come oggi, non ci sarà più un responsabile, ma saremo tutti responsabili. Responsabili di una sconfitta che ci coinvolge come società e come individui.

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