Il dibattito introdotto nelle ultime settimane dalla Ministra per le Riforme Maria Elena Boschi ci impone una profonda riflessione nel merito del ruolo e del riconoscimento assunto dai Centri Antiviolenza sul territorio nazionale.

Il dibattito introdotto nelle ultime settimane dalla Ministra per le Riforme Maria Elena Boschi ci impone una profonda riflessione nel merito del ruolo e del riconoscimento assunto dai Centri Antiviolenza sul territorio nazionale.

UNA VORAGINE PREOCCUPANTE

La necessità di rafforzare le azioni di intervento contro la violenza sulle donne mediante specifiche task force interistituzionali apre infatti una voragine preoccupante sulla percezione del Governo nei confronti degli enti tradizionalmente predisposti alle politiche di genere.

LE LACUNE

Se infatti l’esigenza governativa è quella di introdurre un nuovo soggetto di monitoraggio e di tutela, le considerazioni da evidenziare sono due:

- non si evince, da parte dell’esecutivo nazionale, la necessità di valorizzare e sostenere quell’estesa piattaforma di intervento faticosamente costruita negli anni; ovvero quel patrimonio di professionalità ed esperienza che il territorio mette a disposizione grazie al presidio costante dei Centri Antiviolenza e degli Sportelli Antistalking;

- manca, da parte dell’esecutivo stesso, un riconoscimento dell’opera svolta da parte dei Centri Antiviolenza in Italia durante questi anni; un segnale identificabile tanto in termini di risorse quanto in termini di condivisione e di programmazione delle strategie.

UNA NUOVA ALLEANZA

L’esito di queste dinamiche comporta, pur implicitamente, un prevedibile scollamento di alleanza fra gli organi istituzionali centrali e i soggetti locali, indebolendo in questo modo le azioni di contrasto alla violenza e l’elaborazione di nuove politiche di prevenzione.

È evidente che pensare al fenomeno della violenza in chiave emergenziale – la proposta della task force va in questa direzione – svuoti di significato e di contenuti tutto il lavoro realizzato dai Centri stessi negli ultimi 20 anni, relegando la piaga dei maltrattamenti e dei soprusi ad una congettura del momento, ed escludendo nel contempo l’immenso lavoro pedagogico portato avanti all’interno delle scuole, la sensibilizzazione culturale dell’opinione pubblica, la costruzione di reti intervento che mettano insieme tutti gli attori sociali più direttamente coinvolti nella gestione di questo problema.

La domanda è: quanto si ha bisogno di istituire enti di intervento che duplichino ciò che già esiste? All’opposto: quanto si avrebbe bisogno di rafforzare e far crescere ulteriormente gli enti che già esistono e che nel tempo hanno portato a consapevolizzare il fenomeno della violenza di genere, sul piano culturale, sociale, normativo, legale?

LO SCENARIO

Oggi i Centri Antiviolenza di tutta Italia si dibattono in condizioni difficili (pur rappresentando il solo soggetto al quale le donne possono rivolgersi come luogo di ascolto e di tutela), la situazione in cui versano è giunta alla soglia della sostenibilità, ancora in attesa dei finanziamenti statali del 2013-2014. In alcuni casi allora l’unica parola che resta è: chiusura.
Di fronte a questa realtà l’unica via resta allora quella della consapevolezza. Ad iniziare dalle istituzioni, dalla Prefettura, dai Comuni, dagli enti pubblici coinvolti nel contrasto alla violenza sulle donne.

LA PROPOSTA

Serve, in quest’ottica, un piano di rilancio che faccia leva in modo particolare su:

- la rivitalizzazione economica dei Centri Antiviolenza in termini di risorse

- la valorizzazione delle competenze
- la mappatura (quantitativa e qualitativa) dei centri
- la valorizzazione delle molteplici identità operative dei centri
- il supporto infrastrutturale
- l’uniformità delle metodologie di intervento
- la programmazione integrata fra Centri e Governo nelle politiche di intervento
- introduzione di specifiche materie di apprendimento nelle scuole legate al tema della cultura di genere.

I Centri non possono essere considerati più come semplici erogatori di servizi: occorre affrontare gli aspetti e le criticità derivanti dalle convenzioni e dai protocolli con le istituzioni a vari livelli.
La complessità e la ricchezza del lavoro dei centri viene sminuita, frammentata, e rischia di perdersi nell’ambito dei rapporti formalizzati con enti che appiattiscono ruoli e funzioni, annullando o indebolendo la loro missione su territorio.

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