Serve una rivoluzione maschile per combattere la violenza. Le donne non bastano. Abbiamo bisogno di tutta l'indignazione umana.

Serve una rivoluzione maschile per combattere la violenza. Le donne non bastano. Abbiamo bisogno di tutta l'indignazione umana.

Sarà pure una convinzione ostinata la nostra, sarà un accanimento culturale, civico, pedagogico, o più apertamente una battaglia politica per rimettere al centro la dignità umana, per difenderla da inconciliabili separatismi di genere, però crediamo, e lo crediamo perché lo viviamo ogni giorno nella trincea del nostro Centro Antiviolenza, che per introdurre linguaggi mediatici differenti da quelli che brutalmente sono in uso per descrivere la cronaca degli episodi di violenza, serva, e al più presto, un cambio di paradigma epocale, un rovesciamento di modelli, una rivoluzione del pensiero.

L'assenza di deontologia e di sensibilità etica che ha accompagnato il racconto dello stupro di Rimini (il quotidiano Libero si è distinto in questa oscenità narrativa) è l'ennesimo picco di una inadeguatezza della comunicazione e del giornalismo nel maneggiare e tradurre fatti e semantiche inerenti la violenza di genere. Un vuoto reiterato sul quale Donna Ceteris ha più volte detto la sua, ma che ancora nessuno ha voluto affrontare. Quello che sconcerta, però, è che dentro questo buco nero di infimità crescono nuovi germi di violenza, caos che si somma ad altro caos, parole che dirottano l'attenzione del mainstream sociale su aspetti lontani e non funzionali alla fulgida comprensione delle dinamiche che la realtà presenta.

Siamo sull'orlo di un cratere, un cratere in continua eruzione, dal quale, per scongiurare una prossima e rovinosa caduta occorre allontanarsi. E il solo modo per farlo è indignarsi. Di più: occorre svincolarsi da questo tacito tentativo di normalizzazione della violenza, che non è soltanto quella di chi sopprime e uccide, ma è anche, e sempre più, quella di chi racconta e di chi informa. Serve un'indignazione plurale, multi-sociale, larga, che coinvolga tutti, scavalcando la linea divisoria fra uomo e donna, e affidando ad ognuno, ognuno di noi, la responsabilità di reagire.

La battaglia non è più soltanto femminile, ma è sempre più una battaglia maschile. Quella polarizzazione fra generi che ha prevalso fino ad oggi, quella distinzione fra un maschile sociale e un femminile sociale - che soprattutto un certo femminismo di maniera ha marcato negli anni settanta - non fa che indebolire la battaglia contro la violenza. E forse, oggi, serve piuttosto una rivoluzione maschile che non una rivoluzione femminista: una rivoluzione fatta di consapevolezza, di sensibilità, di solidarietà, di dialogo.

Lottare contro la violenza significa questo: nuovi codici pedagogici, nuovi linguaggi mediatici, ma ancor più ridare spazio ai valori legati alla vita, alla bellezza, alla capacità di riconoscersi parte di un insieme più vasto, per ridimensionare, all'opposto, quei valori dettati dall'ossessione archetipicamente maschile per il dominio, il controllo, la separatività. Lottare contro la violenza significa far sì che la ragione maschile si confronti con la visione femminile del mondo. E questo può avvenire solo in un modo: partendo, ognuno, da ciò che siamo dentro, e soprattutto riunificando la nostra componente maschile con quella femminile.

Ristabilire un'armonia tra queste due parti vuol dire creare la base per la nascita di un nuovo tipo di impegno sociale e politico, che tende ad unificare e non più a dividere. Ognuno di noi, uomo e donna, ha il compito di prendere con sé il testimone dell'indignazione, di lottare per una nuova rivoluzione.

 

di Silvana Maniscalco

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