“La donna aveva già denunciato il partner e si era rivolta ad un centro antiviolenza”. Quante volte abbiamo sentito questa frase? Tante. Eppure l’epilogo non cambia, e ha un nome che conosciamo tutti: omicidio. O, tradotto nella sua formula più attuale, femminicidio.

“La donna aveva già denunciato il partner e si era rivolta ad un centro antiviolenza”. Quante volte abbiamo sentito questa frase? Tante. Eppure l’epilogo non cambia, e ha un nome che conosciamo tutti: omicidio. O, tradotto nella sua formula più attuale, femminicidio.

La domanda allora è: come è possibile che non si riesca ad evitare che questo accada?

Secondo i dati ISTAT, una donna che subisce violenza, 8 volte su 10 non chiede aiuto. E spesso, come nell’ultimo caso di Pisa, assistiamo a situazioni in cui la stessa donna, pur avendo denunciato, è stata poi uccisa. Questo non deve indebolire l’impegno e i livelli di guardia, ma semmai ci deve incoraggiare a valutazioni più compiute e più oneste. Ad esempio: la denuncia, di per sé, è uno strumento preliminare, ma non è tutto. La protezione di una donna vittima di violenza richiede infattiun approccio integrato, un percorso di affiancamento lungo, che metta in conto anche il rischio, come accade nel reale, di un possibile ritorno del marito/aggressore, riaprendo tutto daccapo.

La scelta più opportuna allora è quella di ricucire l’identità ferita della donna, il suo carattere, la sua capacità di autodeterminarsi: un processo di empowerment che l’allontani in modo netto dal suo aggressore. Perché una donna debole è sempre una potenziale vittima di un uomo aggressore. E, dal suo canto, un uomo aggressore resta tale, non cambia.
Il famoso “ultimo incontro”, chiesto da molti uomini per chiarire, diventa così una trappola pericolosissima e del tutto strumentale per un ultimo e letale episodio di violenza. Per questo motivo rigenerare la capacità di tutela di una donna maltratta e vittima di soprusi diventa un obiettivo determinate per una tutela vera.

La via da percorre in questo senso è quella di una protezione integrata, che metta insieme la prevenzione, la protezione e la reale punizione. La violenza riguarda più aspetti: aspetti sociali, economici, culturali, psicologici, legali. Questo significa che per salvare la vita anche di una singola donna serve un’azione coordinata e plurale fra tanti soggetti di competenza. Il solo suolo di un Centro Antiviolenza non basta da solo, occorre uno Stato che funzioni, occorre un sistema giudiziario capace di incidere, e occorrono delle leggi che vengano applicate concretamente. Ma più di tutto occorre, all’origine, un sistema educativo capace di elaborare un antidoto pedagogico contro la violenza. Perché più aumenta il livello educativo di una società più decresce il ricorso all’atto violento. Questo significa investire su un’educazione emotiva, che abbia una risonanza valoriale, sentimentale, civica, qualcosa che oggi sembra essere consumata nelle relazioni umane. Detto altrimenti: imparare cos’è l’amore, imparare cos’è il dolore, imparare cos’è la gelosia. Conoscere i codici dei rapporti uomo/donna, e conoscerne anche i decorsi e le evoluzioni, per non farsi disorientare o devastare.

Se non si inizia da qui, da una società che sappia ricostruire se stessa dai processi educativi, continuerà a prevalere il principio autodistruttivo della violenza e l’illusione pericolosa che gli aggressori e i molestatori possano cambiare.

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