Serve la voce di tutti: Centri Antiviolenza, Ordine degli Avvocati, Istituzioni, Terzo Settore. Esponiamo la sua immagine nei nostri social e nei luoghi pubblici.

Serve la voce di tutti: Centri Antiviolenza, Ordine degli Avvocati, Istituzioni, Terzo Settore. Esponiamo la sua immagine nei nostri social e nei luoghi pubblici.

Ora serve la voce di tutti. E serve adesso, senza esitazioni. Perché chi crede nei diritti, chi crede nella libertà, deve dire no quanto sta accadendo in  Iran. La notizia la conosciamo: Nasrin Sotudeh, l'avvocatessa e attivista iraniana per i diritti delle donne (nel 2012 insignita dal Parlamento Europeo del premio Sakharov, per la libertà di pensiero) è stata condannata dal tribunale rivoluzionario di Teheran a 38 anni di prigione e 148 frustate in due processi legati alla sua attività. Secondo Amnesty International, che denuncia la "sentenza sconvolgente e vergognosa avvenuta dopo l'ennesimo processo irregolare", è la pena più severa comminata ad un difensore dei diritti umani in Iran negli anni più recenti.

Nasrin Sotoudeh, per ricordalo a chi non ha sentito mai parlare di questo nome, aveva difeso donne arrestate per essersi scoperte il capo in luoghi pubblici e aveva criticato l’introduzione di un nuovo codice penale che consente solamente a un ristretto numero di avvocati di rappresentare imputati di crimini contro la sicurezza nazionale. Un mondo troppo lontano per noi? No. Anzi, decisamente no. Perché guardare solo tra le mura di casa propria, restringendo lo sguardo unicamente entro i confini nazionali, ci porta dritti alla chiusura, e la chiusura, si sa, equivale sempre ad una premessa di debolezza e fragilità.

Ecco perché abbiamo il dovere di dire la nostra, di appoggiare in tutti i modi possibili la causa per la liberazione di Nasrin Sotudeh. Lavorare nell’ambito della cultura di genere, battersi ogni giorno contro la violenza sulle donne non significa soltanto far parte di un Centro Antiviolenza, bensì allargare lo sguardo a tutto il mondo. I diritti calpestati in Iran, le sentenze ingiuste, l’annullamento della dignità femminile, corrispondono, seppure indirettamente, ad una lacerante sconfitta anche per l’Occidente. Un attacco che, dopo anni di battaglie, non possiamo permetterci. Il nome di Nasrin Sotudeh, la sua immagine, ciò che ha fatto, devono appartenerci. E devono appartenerci oggi.

Per questo occorre subito una mobilitazione da parte di tutti i Centri che si occupano di violenza contro le donne, e con essi gli Ordini degli Avvocati, le scuole, le Università, le istituzioni locali e nazionali, il terzo settore: tutti, senza esitazioni, devono avere il coraggio di schierarsi contro questo pericoloso assalto alla libertà. Fino ad oggi lo ha fatto Amnesty International (qui www.amnesty.it possiamo firmare il nostro sostegno), ora tocca a tutte e tutti noi.

Uniamoci. Esponiamo l’immagine di Nasrin Sotudeh nelle nostre pagine e profili social, nei nostri luoghi pubblici.

Scriviamo libertà sotto il suo nome. Facciamolo.

È una causa lontana, ma è una causa che ci riguarda. E da vicino.

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