Storie di chi ce l’ha fatta. “La cosa più difficile - scriveva Primo Levi nei Sommersi e Salvati - sarà essere creduti”. Perché non sempre il male trova ascolto. E non sempre chi lo ascolta è disposto a credere, a capire, a prendere una posizione.

Storie di chi ce l’ha fatta. “La cosa più difficile - scriveva Primo Levi nei Sommersi e Salvati - sarà essere creduti”. Perché non sempre il male trova ascolto. E non sempre chi lo ascolta è disposto a credere, a capire, a prendere una posizione.

È il destino di chi si trova a vivere le atrocità della violenza, in qualunque forma essa si manifesti.

La storia di Matilde, come quella di tante altre donne vittime di maltrattamenti e soprusi, è la fulgida testimonianza di questa lenta battaglia per la verità: per affermare che sì, il male c’è, esiste, e molte volte, come nella maggior parte dei casi, ha un nome che coincide esattamente con quello della persona che ci è più vicina.

Questo, il filo conduttore che guida molti dei racconti più drammatici in fatto di violenza di genere. Storie di donne che a un certo punto della loro vita si rendono conto che qualcosa non va. Che l'uomo che dovrebbe renderle felici, il proprio compagno, ma anche il proprio padre, in realtà è diventato un aguzzino. Geloso, possessivo, padrone. Violento. E non parliamo solo di violenza fisica, ma anche psicologica.

Così è stato per Matilde, una ferita presa in carico dal Centro Donna Ceteris, ricucita lentamente in tutta la sua evoluzione, a dimostrazione che una via d’uscita c’è. Che sì, si può dare un taglio a quel circolo vizioso che porta solo dolore, e si può riprendere in mano ogni spazio oscurato della propria vita.

Tutto inizia quattro anni fa, quando Matilde, dopo aver scoperto la relazione extraconiugale del marito viene letteralmente massacrata di botte. Da qui la volontà di interrompere subito il matrimonio e poi, la cieca violenza che esplode. “Quando ho detto a quello che oggi è il mio ex marito che volevo separarmi – ci racconta lei – mi ha riempito di colpi, mandandomi all’ospedale con una prognosi di quarantacinque giorni. Ho avuto una deviazione del setto nasale, lo spappolamento della milza, quattro costole incrinate”. Solo un miracolo ha evitato che si ripetesse un altro caso di femminicidio. La ragazza, infatti, incontrato casualmente il marito in un bar viene pestata in modo spietato davanti alla figlia di tre anni, spintonata lontano dal passeggino e scaraventata a terra. Ma non solo.

Secondo il racconto emerso, nessuno è intervenuto in sua difesa e neppure i carabinieri – accorsi anch'essi dopo essere stati  allertati da alcuni passanti - hanno preso dei provvedimenti restrittivi nei confronti dell’uomo, perché non colto in fragrante. La ragazza, però, pur claudicante, riesce comunque a far ritorno nella casa di campagna, con la sua bambina, senza tuttavia denunciare il fatto. La scoperta è dietro l'angolo. Il suo carnefice, quasi insoddisfatto di quanto già accaduto, appena rientrato a casa prosegue nella sua opera di brutalizzazione con calci e pugni fino a ridurre in fin di vita la sua compagna. Da lì in poi la dolorosa degenza ospedaliera; Matilde inizia un lungo percorso di riaffermazione in una casa protetta, dove inizia a vivere con la sua bambina in attesa della separazione legale da quello che lei stessa definisce più volte come una “bestia”.

Il ruolo del Centro Antiviolenza Donna Ceteris diventa centrale in questo anello di ricostruzione. Il caso della giovane donna viene infatti preso in carico dalle specialiste del Centro, che avviano un percorso di  affiancamento determinante per restituire a Matilde parole come dignità, sicurezza e libertà. Donna Ceteris raccogliere non soltanto il grido di aiuto di una donna tramortita dalla violenza, ma anche il suo bisogno di rinascere, di prepararsi ad un nuovo inizio. Un vero e proprio processo di empowerment che consente a Matilde di inserirsi in un progetto alternativo di vita, un progetto capace – come poi verrà riconosciuto anche dal giudice – di riassegnare alla donna vittima di violenza un ruolo sociale, una forza relazionale, un credere in se stessa fino ad allora smarrito. La rinascita si compie. Grazie all’affiancamento psicologico e legale di Donna Ceteris Matilde svolta. 

“Oggi – racconta con una nuova forza nella voce –  sono pronta a innamorarmi di nuovo, ma stando attenta anche a ogni minimo campanello d’allarme. Le leggi in Italia sono ancora un problema, tra tempi lunghi e pene non aspre, le donne hanno ancora paura a denunciare. Ma bisogna assolutamente farlo, solo così si inizia davvero a rinascere”. Non appaia banale, ma è esattamente questo l’insegnamento che ci consegna la storia di Matilde. Uscire dal silenzio, sempre. A tutti i costi. Farlo anche quando il mondo attorno non assicura la giusta protezione, o il giusto ascolto, o la giusta presenza. Matilde lo ha fatto, e lo ha fatto con coraggio, senza lasciarsi abbattere. 

Lo ha fatto, soprattutto, affidandosi alla competenza e al ruolo di un Centro Antiviolenza, il Centro Donna Ceteris, che ancora una volta ha saputo sostenere una storia di rinascita. Un percorso che lo scorso maggio ha  condotto al prestigioso riconoscimento insignito dall’Alter Nos (donna) della festa di Sant’Efisio a Cagliari. Nello specifico: un’attestazione al suo essere rinata, alla sua nuova consapevolezza umana e alla speciale determinazione che le ha permesso di ritornare totalmente alla luce.

Se dunque oggi occorre un messaggio nuovo attorno al quale rifondare la battaglia contro la violenza sulle donne, lo spirito è questo: ripartire dalle storie di chi ce l’ha fatta; riconoscere in queste storie – tante nel Centro Donna Ceteris – una bussola etica e di riscatto che possa condurre verso la luce, la vita di tante donne e ragazze oscurate dagli effetti del male. Ecco perché, l’esempio di Matilde, diventa in questo senso, un esempio per tutte.

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