Ancora una volta 25 novembre. Ancora una volta il bisogno di non dimenticare. Ce lo diciamo ogni anno. Eppure, ogni anno, l’emergenza della violenza non accenna a placarsi. In molti paesi nel mondo questo male è un fenomeno dilagante, un’allerta sociale. In Italia, benché molto sia stato fatto, i numeri ci svelano che ancora tanto resta da fare. Nell’ultimo anno i femminicidi sono stati 92.

Donne assassinate dai propri mariti, ex, compagni, colleghi di lavoro. Il 31,5% di esse tra i 16 e 70 anni. Tradotto: quasi 7 milioni di donne ha subìto una qualche forma di violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita. E sono oltre 50 mila le donne che si sono rivolte ad un Centro Antiviolenza.

La retorica mediatica investe da anni su parole come “impegno”, “battaglia”, “denuncia”. Ma è chiaro che serve qualcosa di più. 

La violenza di genere è un fenomeno connaturato nell’identità delle nostre società, nei rapporti fra uomo e donna, provare ad arginarlo significa allora aprire una rivoluzione culturale che coinvolga donne e soprattutto uomini.  Una rivoluzione pedagogica e di pensiero. Gli interventi normativi da soli non bastano. Sono troppi i vuoti della politica e dello Stato. E troppa è l’inadeguatezza.

Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. L’assegnazione delle risorse ai centri antiviolenza è ormai ai minimi storici. Paradossalmente, però, crescono i finanziamenti a pioggia, ovvero le risorse elargite dallo Stato anche a chi non è propriamente un centro, né possiede le competenze per gestire il tema della violenza. A mancare sono inoltre le soluzioni domiciliari per chi fugge dalla violenza compiuta dentro le mura domestiche. E poco si investe sulla preparazione e la formazione delle forze dell’ordine e del personale socio-sanitario. 

Uno scenario di stasi che blocca le misure di contrasto e indebolisce ogni forma di intervento sul territorio. Il 25 novembre allora non serve soltanto a ricordarci quante donne siano cadute vittime di questa piaga mortale che è la violenza di genere, ma serve anche ad aprirci gli occhi su quello che non si ha il coraggio di fare. Per celebrare questa giornata dobbiamo essere consapevoli che dietro ogni numero e ogni dato che leggiamo c’è l’assenza preoccupante dello Stato e della società. Restituire un senso a questa data significa allora farla rinascere riempendola di significati reali.

Quello che deve cambiare è la cultura della società. A iniziare dalle scuole, dai linguaggi, dalla famiglia, dall’informazione, dalle leggi. Occorre mettere insieme i diversi pezzi della società, creare un dialogo fra loro, una sussidiarietà continua.

Perché la violenza contro le donne non è soltanto un problema di chi la subisce, ma è un problema di tutti e di tutte.

Ricordiamolo: siamo noi il 25 novembre.

Ancora una volta 25 novembre. Ancora una volta il bisogno di non dimenticare. Ce lo diciamo ogni anno. Eppure, ogni anno, l’emergenza della violenza non accenna a placarsi. In molti paesi nel mondo questo male è un fenomeno dilagante, un’allerta sociale. In Italia, benché molto sia stato fatto, i numeri ci svelano che ancora tanto resta da fare. Nell’ultimo anno i femminicidi sono stati 92.

Donne assassinate dai propri mariti, ex, compagni, colleghi di lavoro. Il 31,5% di esse tra i 16 e 70 anni. Tradotto: quasi 7 milioni di donne ha subìto una qualche forma di violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita. E sono oltre 50 mila le donne che si sono rivolte ad un Centro Antiviolenza.

La retorica mediatica investe da anni su parole come “impegno”, “battaglia”, “denuncia”. Ma è chiaro che serve qualcosa di più. 

La violenza di genere è un fenomeno connaturato nell’identità delle nostre società, nei rapporti fra uomo e donna, provare ad arginarlo significa allora aprire una rivoluzione culturale che coinvolga donne e soprattutto uomini.  Una rivoluzione pedagogica e di pensiero. Gli interventi normativi da soli non bastano. Sono troppi i vuoti della politica e dello Stato. E troppa è l’inadeguatezza.

Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. L’assegnazione delle risorse ai centri antiviolenza è ormai ai minimi storici. Paradossalmente, però, crescono i finanziamenti a pioggia, ovvero le risorse elargite dallo Stato anche a chi non è propriamente un centro, né possiede le competenze per gestire il tema della violenza. A mancare sono inoltre le soluzioni domiciliari per chi fugge dalla violenza compiuta dentro le mura domestiche. E poco si investe sulla preparazione e la formazione delle forze dell’ordine e del personale socio-sanitario. 

Uno scenario di stasi che blocca le misure di contrasto e indebolisce ogni forma di intervento sul territorio. Il 25 novembre allora non serve soltanto a ricordarci quante donne siano cadute vittime di questa piaga mortale che è la violenza di genere, ma serve anche ad aprirci gli occhi su quello che non si ha il coraggio di fare. Per celebrare questa giornata dobbiamo essere consapevoli che dietro ogni numero e ogni dato che leggiamo c’è l’assenza preoccupante dello Stato e della società. Restituire un senso a questa data significa allora farla rinascere riempendola di significati reali.

Quello che deve cambiare è la cultura della società. A iniziare dalle scuole, dai linguaggi, dalla famiglia, dall’informazione, dalle leggi. Occorre mettere insieme i diversi pezzi della società, creare un dialogo fra loro, una sussidiarietà continua.

Perché la violenza contro le donne non è soltanto un problema di chi la subisce, ma è un problema di tutti e di tutte.

Ricordiamolo: siamo noi il 25 novembre.

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