Oggi più che mai il mondo ha bisogno di competenze. E le competenze non sono opinioni modellabili, né commenti estemporanei, bensì sono concetti e abilità certe. Più apertamente, saperi e conoscenze certificate.

Oggi più che mai il mondo ha bisogno di competenze. E le competenze non sono opinioni modellabili, né commenti estemporanei, bensì sono concetti e abilità certe. Più apertamente, saperi e conoscenze certificate.

L’epoca in cui viviamo spesso facilita e promuove una cultura dell’approssimazione, in alcuni casi della vacuità culturale, o del cosiddetto multitasking, ovvero la propensione a saper occuparsi un po’ di tutto, ma senza mai approfondire quel tutto, eppure la realtà ci mette davanti ogni giorno a dinamiche e processi che rimandano inevitabilmente ad un approccio di studio, di precisione, di esattezza. Saper fare e saper intervenire. È questo il binario attraverso cui passa il treno indispensabile della competenza. Indispensabile perché molte delle complessità e delle urgenze che oggi assediano le nostre società richiedono azioni competenti: sguardo, analisi, metodo. La competenza, in questi termini, diventa così una risposta netta al tempo liquido della mediocrità: un contraltare al rumore di fondo delle opinioni.

GENERE E COMPETENZE

Nell’ambito della cultura di genere, così come nella difficile lotta contro la violenza sulle donne, questo tema, che è davvero il tema del momento,  diventa determinante. In particolar modo per due ragioni. La prima: lo sviluppo delle competenze, nel contesto lavorativo, professionale e sociale, corrisponde ad un rafforzamento delle battaglie di genere, e così pure ad una potenziale riduzione del divario gerarchico fra uomini e donne. La seconda: sia le competenze che le conoscenze, sono abilitatori di nuove opportunità, o meglio ancora chiavi di apertura per facilitare la possibilità di affermarsi. Ebbene, se dovessimo inquadrare un nuovo orizzonte semantico nella rifunzionalizzazione delle cosiddette istanze femministe, la sfida sulla competenza è senza dubbio la rivoluzione più importante per modernizzare le battaglie di genere.

IL MERCATO DEL LAVORO

Tutto questo però non basta. I numeri sugli squilibri lavorativi ce lo dimostrano chiaramente: a livello mondiale, infatti, le donne oggi hanno il 4% di probabilità in più rispetto agli uomini di vivere in condizioni di estrema povertà e, nella fascia di età 25-54 anni, hanno più del doppio delle probabilità di essere disoccupate, specialmente dopo matrimonio o gravidanza. Non solo: poco più della metà (52,1%) delle donne tra i 25 ai 54 anni sposate hanno un lavoro, rispetto al 65,6% delle donne che sono single o non sposate. Il contrario vale per gli uomini: il 96,15% degli uomini sposati lavora. In ambiti come innovazione e infrastrutture, la partecipazione maschile sovrasta quella femminile, con solo un 28,8% di donne ricercatrici nel mondo.

La Women in Digital Score Board dell’Unione Europea, ci dice che le  competenze in ambito scientifico sono possedute dall’1,4 % delle lavoratrici, contro il 5,5 % dei lavoratori. Ma non è tutto: il rapporto fra specialisti ICT è di 1 donna a fronte di 6 uomini, con donne che guadagnano quasi il 20% in meno rispetto alla loro controparte maschile. Nello scenario europeo più strettamente legato al digitale, l’Italia si posiziona molto in basso, insieme a Bulgaria, Romania e Grecia. Una situazione di preoccupante arretratezza culturale.

STEREOTIPI E PREGIUDIZI

Come dichiarato dal capo dell’Ufficio per i rapporti sullo sviluppo umano dell’UNDP, Pedro Conceição, “La lotta per la parità di genere è una storia di parzialità e pregiudizi”. Anche in questo caso i dati parlano chiaro: circa il 90% delle persone nutre infatti pregiudizi contro le donne in ambito lavorativo; il 50% ritiene che gli uomini siano leader politici migliori e oltre il 40% pensa la stessa cosa dei dirigenti uomini. Pregiudizi in ascesa negli ultimi dieci anni, tanto che la percentuale di donne e uomini in tutto il mondo con pregiudizi di genere da moderati a intensi è cresciuta dal 57% al 60% per le donne e dal 70% al 71% per gli uomini. Parlare di una società fondata sulle competenze è quindi un orizzonte ancora lontano davanti al peso di questi sabotatori. Un freno che tuttavia non ci deve far demordere.

Perché solo attraverso il saper fare si apre la strada dei diritti e dell’affermazione.

IL RUOLO DEL DIGITALE

Un ruolo importante in quest’ottica può essere assegnato all’uso delle tecnologie digitali (ancor più oggi, in periodo di smart-working e distanziamento lavorativo): strumenti che rappresentano una grande occasione di emancipazione,  ma non certo perché consentono alle donne di lavorare da casa (con il rischio di ghettizzarle ulteriormente), bensì perché la tecnologia facilita l’accesso all’informazione e l’informazione a sua volta dovrebbe essere sinonimo di cultura, ovvero l’elemento cardine per l’esercizio dei propri diritti.

Dovremmo guardare alle tecnologie digitali quindi non più come strumenti per supportare lo sviluppo di un modello culturale esistente, ma come alleati nella difesa delle diversità culturali e di genere, qualsiasi genere. Detto in altri termini, il digitale diventa un facilitatore nella progettazione e nella costruzione di una società basata su un nuovo senso: una società senza quelle barriere e quegli stereotipi che proprio le tecnologie possono contribuire ad abbattere. Sarebbe l’inizio di una nuova dignità, un rinascimento che mette al centro il valore reale delle persone, la loro capacità e la loro conoscenza. Non più dunque la mediocrità, l’approssimazione, la discriminazione, ma un modello di società capace di abbattere le diseguaglianze culturali e di genere portando in avanti le competenze e il sapere. Un impegno che deve renderci coraggiose e consapevoli.

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