L'8 marzo come un bivio, in un tempo sospeso fra i tanti cambiamenti imposti dall’onda pandemica e un presente ancora radicato nelle paludi del passato. La lunga e interminabile battaglia per i diritti e la parità di genere approda in questo 2021 ad un punto di svolta che non può più attendere: contrastare le diseguaglianze mediante una nuova politica del lavoro e nuovi investimenti nell’istruzione.

L'8 marzo come un bivio, in un tempo sospeso fra i tanti cambiamenti imposti dall’onda pandemica e un presente ancora radicato nelle paludi del passato. La lunga e interminabile battaglia per i diritti e la parità di genere approda in questo 2021 ad un punto di svolta che non può più attendere: contrastare le diseguaglianze mediante una nuova politica del lavoro e nuovi investimenti nell’istruzione.

 

Occupazione e conoscenza. Due strade parallele e consequenziali l'una all'altra, che se condivise in un rapporto di reciprocità sociale - mettendo insieme uomini e donne, enti, istituzioni e attori pedagogici - possono certamente introdurci verso un nuovo cammino umano; una sfida culturale, civica e ideale. Il paradigma del contrasto alla violenza attraverso interventi di contrasto e azioni di prevenzione è giunto infatti al suo fisiologico capolinea, e va necessariamente ripensato in un’ottica globale, ovvero uno sguardo capace di mettere in discussione tutto il sistema, compenetrando nelle sue radici più funzionali, il lavoro e la scuola.

Quelle stesse radici che il sisma pandemico ha stravolto scoperchiando uno scenario allarmante. I numeri ce lo rivelano così: in Italia, il tasso di occupazione femminile è sceso dal 50,4% del 2019 al 48,9% del 2020. Una crisi che ha messo in cassa integrazione circa un milione e mezzo di donne.

LA CRISI DEL LAVORO

L'ultima ricerca Ipsos, per WeWorld, ci rivela che negli ultimi dodici mesi una donna su due ha visto peggiorare la propria situazione economica. Tradotto: per il 60% delle donne c'è stata una riduzione del 20% delle proprie entrate. E non solo: tra le tante donne disoccupate, una su quattro – sempre secondo la ricerca Ipsos – dichiara che, a causa del Covid, ha dovuto rinunciare a cercare un'occupazione. Una dinamica che l'Istat registra così: il tasso di inattività è passato dal 43,3% del 2019 al 45,5% del 2020 (+2,2% a fronte di un +1,6% maschile).

IL PESO DEL COVID

A pesare su questa realtà è anche il rapporto fra la gestione della famiglia e il carico di lavoro in periodo pandemico, un rapporto che già prima della pandemia pesava gravemente sulle donne, ma che oggi è aumentato in modo esponenziale. Nel secondo trimestre 2020 ad aver lavorato più spesso da casa sono state soprattutto le donne (23,6% in confronto al 16,3% agli uomini).

Non solo. Due donne su cinque hanno dichiarano di farsi carico, da sole, di persone non autonome (anziani e bambini): un dato che sale al 47% tra le donne tra i 25 e i 34 anni, e si attesta al 42% nella fascia di età tra i 45 ai 54 anni, target quest'ultimo che cura soprattutto gli anziani.

LA FERITA DELL’ISTRUZIONE

Sullo sfondo di queste preoccupanti flessioni si aggiunge inoltre il tema dell’istruzione, anch’esso a dire il vero poco incoraggiante, senza dimenticare che il sistema dell'educazione ha sempre un impatto determinante sullo sviluppo sociale e culturale di un Paese, a maggior ragione sulla condizione femminile, sui livelli occupazionali delle donne e sulle loro aspettative economiche.

Le ricerche condotte da WeWorld ci raccontano di un tasso di iscrizione alla scuola dell'infanzia che lascia a terra quasi il 12% dei bambini e delle bambine.

Dati che risultano anche peggiori se rapportati alle prime scuole dell'obbligo: qui, l'Italia, è al 52esimo posto di una classifica che mette in fila 149 Paesi, con un tasso di iscrizione alla primaria del 95,66%, contro il 99,88% della Norvegia (prima in classifica). Ma il punto più basso si raggiunge quando si confrontano i dati sulla spesa pubblica per l'istruzione in rapporto al Pil, un dato che in Italia vale solo il 3,83%, portando così il Paese a sprofondare al 92° posto in classifica.

È evidente che il quadro tratteggiato ci impone una necessaria riflessione sulla sfida che ci attende. Occorre un cambiamento che parta anzitutto dalla politica e da nuove misure di governo.  Un cambiamento che metta al centro del Paese non soltanto una riconversione ecologica, ma anche una ridefinizione strutturale delle politiche di genere. Servono nuove competenze, servono nuove risorse, serve ripensare ad una scuola moderna, in relazione con il mondo del lavoro e con la società reale. Serve un 8 marzo che proietti la parità di genere verso battaglie sociali concrete, non più ideologiche o di forma, ma di sostanza e di vera svolta. Lo attendiamo tutte e tutti.

Restiamo in contatto

Privacy Policy