Non è certo Beppe Grillo che può e deve spiegarci come ci si comporta dopo uno stupro. 

Non è certo Beppe Grillo che può e deve spiegarci come ci si comporta dopo uno stupro. 

Non possiamo tacere. Né dobbiamo tacere. Non lo abbiamo mai fatto come Centro Antiviolenza. Né lo faremo ora. Soprattutto davanti ad un assalto, così brutale e retrivo, come quello proveniente dalle parole del personaggio pubblico (nonché leader politico) Beppe Grillo.

Per alcuni, le parole di un padre in difesa del figlio (accusato di stupro), per altri, e per altre, un salto indietro nel tempo, che azzera anni e anni di conquiste sociali e culturali, rivendicazioni sul linguaggio di genere, empowerment e libertà.

In una sola dichiarazione, infatti, è stato polverizzato tutto il lavoro che per decenni hanno portato avanti con coraggio tante associazioni, tanti Centri Antiviolenza, tanti movimenti (non ultimo il #MeToo, nato nel 2017 come contrapposizione alle molestie e ai soprusi nel mondo mediatico): un'onda di cambiamento che nel tempo ha risvegliato la dignità di uomini e donne, unendoli in una sola battaglia.

Nelle parole di Grillo si evidenzia non solo la brutalità del linguaggio, ma anche la riproposizione di un paradigma culturale figlio di un passato lontano, eppure sempre vivo; un passato che affida la responsabilità dell'atto violento alla vittima, che da denunciante si trasforma irrimediabilmente in colpevole. Un copione che ritorna. Sempre uguale.

Queste le parole del leader politico: “Perché una persona che viene stuprata la mattina, al pomeriggio va in kitesurf, e dopo 8 giorni fa una denuncia?”. Una domanda al limite della banalità, ma che dentro di sé evidenza quel processo di vittimizzazione secondaria – come ben afferma la presidente di D.i.Re Antonella Veltri – secondo cui le donne vittime di stupro non sono credibili  nel loro comportamento post-violenza se il loro modus vivendi è orientato alla normalità. C'è da chiedersi allora: e quale sarebbe il tempo che deve intercorrere perché una donna possa essere creduta? La verità naturalmente sta altrove. E non è certo Grillo che può e deve spiegarci come ci si comporta dopo uno stupro.

Anche perché, la dinamica della normalizzazione, è un processo psicologico frequente in molte vittime di violenza, che proprio con l'immediato ritorno al quotidiano provano a scacciare immediatamente le ombre del sopruso vissuto. Per inteso: non esiste né una tempistica della denuncia né un manuale della vittima perfetta. L'unica cosa certa è che quando si è obbligate ad avere dei rapporti sessuali contro la propria volontà, quella sì, è una forma di violenza. E se un personaggio pubblico controverte questo scenario spostando tutta la responsabilità sulla vittima, assistiamo ad un tentativo subdolo di assolvere i portatori di colpa.

Detto altrimenti, una promozione della cultura dello stupro, che affiora, come avvenuto nelle parole di Grillo, nella peggiore dialettica verbale.

Ora saranno certamente i tribunali a fare la loro parte, ma quello a cui abbiamo assistito in queste ore è senza dubbio un attacco a chi, come tante di noi, lotta e ha lottato per la libertà delle donne.

Non possiamo restare indifferenti.

Non più.

Non davanti alla violenza.

 

di Silvana Maniscalco

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