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Se si potesse seminare una parola per il nascente 2018 ci piacerebbe pensare alla parola “vulnerabilità”. Di questo abbiamo bisogno: parole e linguaggi che sappiano introdurci in mondi che pratichiamo ogni giorno, ma visti da un punto di osservazione sempre diverso, capace di cambiarci.

Se si potesse seminare una parola per il nascente 2018 ci piacerebbe pensare alla parola “vulnerabilità”. Di questo abbiamo bisogno: parole e linguaggi che sappiano introdurci in mondi che pratichiamo ogni giorno, ma visti da un punto di osservazione sempre diverso, capace di cambiarci.

Vulnerabili sono le nostre vite, cariche di aspettative e debolezze che non sempre vogliamo riconoscere. Vulnerabili sono le persone che incontriamo, i progetti a cui lavoriamo, i ruoli che assumiamo in famiglia e nel lavoro.

Viviamo una costellazione di vulnerabilità che troppo spesso ci impegniamo ad escludere dal nostro quotidiano, a rendere marginale, o comunque a ricucire. E invece no, c’è la frana, c’è l’imperfezione, c’è la crisi, c’è quel rapporto costante con tutto ciò che non sempre corrisponde alla nostra rappresentazione delle cose. Riconoscerlo significa acquisire una consapevolezza necessaria per vivere libere e liberi. E cioè essere capaci di uno sguardo più chiaro su ciò che viviamo, assumerci il coraggio di rischiare di essere noi stessi e noi stesse fino in fondo. Questo comporta emanciparci nelle emozioni, nell’accettare quello che ci fa star bene come quello che ci fa star male.

Per un Centro Antiviolenza come il nostro, che vive sul territorio, e vive di territorio, il tema della vulnerabilità è il punto focale di molti casi di violenza e maltrattamento. Donne che per paura di fallire, per paura di perdere tutto ciò che hanno costruito rinunciano anche a se stesse, sprofondando in una solitudine di paura e isolamento. È qui che la vulnerabilità ci apre un nuovo mondo, perché ci fa ammettere ciò che realmente viviamo, ci fa entrare in contatto con gli altri, ci fa chiedere aiuto, crea meccanismi di solidarietà, ci fa esporre per quello che siamo. Senza il timore di fallire o di rialzarci. Riconoscere la nostra vulnerabilità significa allora riconoscerci; significa proteggere le nostre vite, portare alla luce le nostre debolezze, le nostre paure.

Per questo il nostro augurio quest’anno si racchiude in una parola, perché un po’ tutti – donne e uomini – possiamo riscoprirci iniziando dal valore positivo delle nostre vulnerabilità. Perché è qui, in questo patrimonio emotivo del nostro essere, che possiamo ritrovare quelle guide motivazionali, di convinzione e di reattività capaci di guidarci nelle complessità della vita, e del rapporto con gli altri. La nostra vulnerabilità diventa allora una chiave di riscatto, individuale e sociale, uno strumento di resilienza per accedere a quelle sfide che normalmente ci appaiono lontane dalla nostra portata. Vulnerabili, quindi forti. Questo vogliamo essere. Donne e uomini capaci di non affondare nella palude delle proprie debolezze, ma di trasformarle in un nuovo linguaggio di libertà.

 

di Silvana Maniscalco