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In più di cento paesi del mondo questo venerdì ci sarà uno sciopero delle donne, organizzato in concomitanza con la ricorrenza dell’otto marzo. Addentrandosi nelle ragioni della protesta, oltre al rifiuto di qualsiasi forma di violenza maschile sulle donne, leggiamo in più che non si tratterà solo di uno sciopero dal lavoro, ma sarà anche un’astensione da ogni attività in ambito sociale, culturale e produttivo.

In più di cento paesi del mondo questo venerdì ci sarà uno sciopero delle donne, organizzato in concomitanza con la ricorrenza dell’otto marzo. Addentrandosi nelle ragioni della protesta, oltre al rifiuto di qualsiasi forma di violenza maschile sulle donne, leggiamo in più che non si tratterà solo di uno sciopero dal lavoro, ma sarà anche un’astensione da ogni attività in ambito sociale, culturale e produttivo.


In Italia sono circa settanta le città dove si prevedono cortei, presidi e manifestazioni. Settanta comunità che rivendicano il diritto ad un welfare universale, al reddito di autodeterminazione, alla casa, al lavoro, alla parità salariale, all’educazione scolastica, a misure di sostegno per la fuoriuscita dalla violenza.

Eppure, per quanto sia ancora importante e lodevole l’azione del rivendicare e del manifestare, sarebbe necessario chiedersi se sia davvero questo il terreno della complessa battaglia contro la violenza di genere. Più apertamente: quanto uno sciopero può rafforzare gli sforzi di tante donne - come insieme e come singole – nel raggiungere e tutelare dei traguardi culturali e sociali determinanti per garantire la parità fra generi?

Certo, ognuna di noi può trarre molteplici risposte al riguardo, ma c’è un aspetto dal quale non si può prescindere: uno sciopero ha senso quando veicola una richiesta precisa, quando funge da elemento di pressione per aprire un confronto e migliorare la situazione di lavoratori e lavoratrici che portano avanti una precisa istanza di crisi.

Nel caso dello sciopero indetto l’8 marzo, a ben guardare, lo scenario appare diverso. E quella che si profila assume i contorni più una protesta emotiva che di prospettiva; una protesta che per quanto legittima e di valore, non aggiunge, ma anzi, invita ad astenersi, a stare fuori, e non piuttosto a proporre, progettare, introdurre. Oggi, invece, viviamo un momento storico delicatissimo nel percorso di salvaguardia dei diritti e della dignità delle donne. Un momento che richiede presenza e non forme di arresa. Ce lo dicono, purtroppo, le troppe minacce che insidiano con preoccupazione la nostra battaglia quotidiana. 

La prima, la più conflittuale, è la minaccia del disegno di legge Pillon: un testo che intimidisce le donne, le ostacola nei casi di contesti violenti, e per contro minimizza la violenza maschile nelle relazioni d’intimità, degradandola a mera conflittualità. Un testo, va detto, che appare non soltanto punitivo nei confronti delle donne, ma che conduce anche all’affievolimento delle tutele per le donne e i minori vittime di violenza e maltrattamento. Sicuramente una ferita aperta per chi da anni si ritrova a lottare per l’affermazione di un’idea di donna e di famiglia più libera. 

La seconda minaccia, quasi tangenziale allo spirito da controriforma insito nel decreto Pillon, è la recente sentenza sul caso Michele Castaldo: napoletano di 56 anni che nell’ottobre del 2016 uccise a Riccione Olga Matei, una donna di origine moldava. Un omicidio sul quale, nel 2017, il Tribunale di Rimini, con rito abbreviato, si espresse con una condanna dell’imputato a 30 anni di galera. Pochi giorni fa, però, la sentenza è stata letteralmente capovolta dalla Corte di Appello di Bologna, che ha letteralmente dimezzato la pena di Castaldo a 16 anni, definendo il sentimento di gelosia come la causa di una “soverchiante tempesta emotiva e passionale”. Tradotto? Un salto indietro nel tempo, addirittura a quando, circa dieci anni fa, ancora non esisteva una legge sullo stalking in Italia e la narrazione del delitto passionale faceva da padrona su tutto. Come se la gelosia possa giustificare o ammorbidire una qualsiasi forma di violenza contro le donne, o una qualsiasi forma di possesso, maltrattamento o sopruso.

La terza minaccia è tutta nei numeri, e forse è la più allarmante: secondo gli ultimi dati Eures, sono infatti 3100 le donne uccise dal 2000 al 2018, ovvero una media di più di 3 a settimana. Nel 2018 sono stati ben 106 i femminicidi, praticamente uno ogni 72 ore, per un età media delle vittime che oggi si attesta attorno ai 52 anni. Un’espansione che in termini territoriali si concentra soprattutto al nord, dove la prevalenza degli omicidi con vittime femminili è pari al 45,4%, ben sopra il sud e il centro, dove la percentuale è rispettivamente del 36,3% e del 18,4%. In tutto questo, fulcro di una disparità invertebrata, il tasso di occupazione femminile italiano è ancora 0,7 punti percentuali sotto il livello della media Ue.

Può bastare allora uno sciopero davanti a questo campo minato? Può servire una mobilitazione a sollevare l’asticella della battaglia?

Nessuna di noi ha la risposta certa in tasca. Ma approfondire quanto stiamo vivendo ci aiuta a riflettere, a capire meglio, spronandoci a restare dentro il cuore delle nostre battaglie: dentro le scuole, dentro le università, dentro i centri antiviolenza, dentro la politica, dentro le istituzioni, dentro il lavoro, dentro la famiglia, senza paura, senza tentennamenti, bensì smontando con intelligenza, coraggio e competenza le leggi pericolose che avversano la dignità femminile; denunciando chi ci vuole vittime e non cittadine; puntando i piedi perché possano esserci riconosciuti diritti, lavoro, parità; parlando un linguaggio nuovo, non arrendendoci al vocabolario e alla grammatica del dogma maschile; insegnando alle nuove generazioni che una cultura dei sentimenti diversa esiste, e prevede anche il rifiuto, non soltanto lo status quo.

Sono sfide difficili, che richiedono coesione, unità, lavoro, ma è da qui che possiamo continuare un percorso possibile di affermazione delle nostre battaglie. Provando a raccogliere le nostre forze in un 8 marzo all’insegna del per e delle proposte.