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La società ha fatto della cultura di genere solo una facciata del politically correct.

La società ha fatto della cultura di genere solo una facciata del politically correct.

di Silvana Maniscalco

Il caso Amadeus, o il caso Sanremo-Amadeus - così lo definiremo per semplificare la cronaca mediatica delle ultime ore - può apparire per molti aspetti come l’ennesimo polverone nazionale sui topic di genere,  ma in realtà c’è dell’altro che cova dentro. Oltre la facciata mediatica, per quanto inaccettabile, c’è infatti la consapevolezza che il lavoro portato avanti in questi anni dalle tante sentinelle della cultura di genere si stia lentamente sbriciolando, trasformandosi, da rivoluzione nascente a rivoluzione incompiuta.

È difficile da accettare, ma ne prendiamo atto fulgidamente se guardiamo in faccia a cosa è accaduto negli ultimi 10 anni, esattamente da quando, in Italia è stato introdotto il reato per stalking. Dalla politica ai mass media, dallo sport alla cultura, dallo spettacolo all’istruzione, è iniziato infatti un decennio cadenzato da progetti, dibattiti, prese di posizione, manifestazioni pubbliche, proposte di legge, interventi e misure indirizzati a divulgare una nuova visione del mondo, un nuovo equilibrio dei linguaggi, una nuova concezione delle relazioni e delle gerarchie che superasse l’ancien regime delle prevaricazioni.

Detto altrimenti, abbiamo vissuto l’inizio di una rivoluzione di genere che, partendo dalla lotta alla violenza e allo stalking, si è dimostrata capace di superare la staticità di un femminismo politicizzato e di maniera a favore di contenuti applicabili e visibili nella vita di tutti i giorni.

Risultato? La cultura di genere ha conquistato l’agenda setting internazionale, è diventata una leva per abbattere vecchi tabù e pericolosi cliché. Un’onda mediatica e culturale che molti e molte hanno cavalcato in ogni modo, e per la quale, sempre molti e molte si sono apertamente schierati e schierate. Ci abbiamo creduto, insomma. Ma oggi capiamo che in larga parte si trattava semplicemente di una posa, di un comportamento opportunistico, di un’apparenza funzionale. E che sotto l’involucro di un “no violence” stampato sulla pelle, si celava, e si cela, una cultura patriarcale immutata.

La naturalezza delle parole di Amadeus lo dimostra palesemente. Ma non è il solo esempio. Istituzioni, sport, pubblicità ci hanno dato prova in questi anni di innumerevoli casi specchio.  Sessismo e maschilismo sono incardinati nel Dna di una società che ha fatto della cultura di genere solo una facciata del politically correct.

Eppure, nel recente 2019, i governi degli Stati membri del Consiglio d'Europa hanno assunto l'impegno di porre fine al sessismo "diffuso e prevalente in tutti i settori e paesi" adottando il primo testo legale per combattere il fenomeno. Non solo. Per la prima volta si è giunti ad una definizione condivisa di cosa sia questo fenomeno, di come combatterlo e come monitorare i risultati.

Il sessismo è definito come: “qualsiasi atto, gesto, rappresentazione visuale, parola scritta o orale, pratica, comportamento che abbia luogo nella sfera privata o pubblica, che si basi sull'idea che una persona o gruppo sia inferiore a causa del suo sesso”. Una guida morale che in Italia è praticamente lettera morta, se non per rari esempi o specifiche sentenze. Diversamente, anche il caso odierno, il caso Sanremo-Amadeus, sarebbe stato governato sulla rotta di queste misure.

La verità, dunque, è che quello che abbiamo ascoltato in queste ore scopre la miseria di un maschilismo represso, un maschilismo che supera il concetto stesso di sessismo. Ovvero: una latente concezione del rapporto uomo-donna modellato su linguaggi e stereotipi già abbondantemente sconfitti dalla storia, eppure ancora in piedi.

La lezione da dedurne allora ci deve mettere in guardia. La rivoluzione di genere che sembrava essere avviata da anni è ancora lontana dal germogliare. Davanti a noi c’è una primavera che stenta a fiorire e che lascia ancora vivi gli echi di un inverno avido di cambiamenti. Il sessismo, il maschilismo, sono più che mai dilaganti nei capillari della nostra società. Negli uomini, ma anche nelle donne. E finché esisteranno indisturbati e incontrollati, la lotta contro la violenza e i femminicidi sarà praticamente una lotta già persa in partenza.