L’uso dell’immagine, nell’epoca in cui viviamo, equivale spesso ad una forte capacità di condizionamento dell’opinione pubblica. Talvolta, esercitata in modo diretto o esplicito. Altre volte, invece, in maniera quasi invisibile, ma non meno incisiva.

L’uso dell’immagine, nell’epoca in cui viviamo, equivale spesso ad una forte capacità di condizionamento dell’opinione pubblica. Talvolta, esercitata in modo diretto o esplicito. Altre volte, invece, in maniera quasi invisibile, ma non meno incisiva.

La polemica sulla campagna pubblicitaria divulgata nelle ultime settimane da una nota azienda specializzata in prodotti per la casa e la cura della persona, non può dunque lasciarci indifferenti. I cartelloni affissi in molte città italiane, che ritraggono la scena di un uomo seduto a bordo del suo letto, e dietro di lui il corpo di una donna privo di vita, con uno slogan al seguito,“Elimina tutte le tracce”, sono il risultato di un’azione di comunicazione che calpesta, in nome di una propaganda commerciale, il lavoro di sensibilizzazione che nel tempo, e con fatica, associazioni come Progetto Donna Ceteris (e come noi centinaia di altre realtà associative presenti in tutta Italia), portano avanti richiamando l’attenzione di tutta la società, operando nella direzione di un cambiamento culturale rispetto al concetto di violenza di genere. E poco conta se poi, negli ultimi giorni, l’azienda coinvolta nella suddetta campagna promozionale, ha provveduto a modificare (tra l’altro in modo poco convincente) l’immagine oggetto di discussione, quello che davvero conta, semmai, è l’inderogabile dovere, da parte di chi costruisce messaggi pubblicitari come questi, di mettersi in discussione su un piano etico, culturale, e non meno di impostazione professionale. Serve, cioè, un rovesciamento del metodo con cui ci si approccia a certi temi. Si badi però: quella sollevata da tantissimi centri di antiviolenza in tutta Italia non è un’indignazione fine a se stessa, o di tipo moralistico, ma un richiamo ad abbandonare quello stile qualunquista troppo spesso abusato nel modo di fare comunicazione. L’alleanza fra chi si occupa dei temi della violenza sulle donne e chi maneggia la comunicazione per i grandi marchi aziendali non deve spaventarci, ma anzi, va letta in termini costruttivi se si riscrive un patto di collaborazione retto da valori chiari e guidato de una mission condivisa. Ecco, questa è la via: se ci muove su un codice di comunicazione riconosciuto da entrambe le parti, potremmo condannare con più severità certe campagne pubblicitarie, o al contrario, trarre il meglio dalla creatività di chi veicola e costruisce messaggi promozionali di altissimo impatto pubblico. Perché, va detto, la cultura della violenza non è fatta solo di cronaca o fatti, ma anche di immagini e pericolosi cliché da abbattere.

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