Il Centro Donna Ceteris apre un focus di ricerca su uno dei fenomeni psico-sociali più attuali in tema di violenza di genere: gli orfani delle madri uccise.

Una conseguenza drammatica degli atti di femminicidio, sulla quale è stata condotta a livello nazionale un’importante ricerca dal Dipartimento di Psicologia della Seconda Università degli studi di Napoli, all’interno del progetto europeo Switch-Off.

Lo studio, coordinato dalla dott.ssa Anna Costanza Baldry, ha evidenziato, grazie al lavoro di una specifica task force attiva sul territorio, un numero crescente di orfani di “femminicidio” in tutta Italia: esattamente 1500 nel corso degli ultimi 13 anni. Orfani due volte, di una madre barbaramente uccisa e di un padre che finisce in carcere.

Uno scenario che anche in Sardegna, troverà presto una certezza numerica grazie all’attività portata avanti da Progetto Donna Ceteris, referente per l’isola della ricerca condotta dalla Dott.ssa Baldry.

Il Centro, infatti, ha attivato in queste ultime settimane un primo focus di indagine sul territorio della Sardegna per capire, e intercettare, quale sia lo stato, l’entità e la condizione degli orfani di violenza. A coordinare le attività, la dott.ssa Antonella Pirastru e l’assistente sociale, dott.ssa Alessandra Sarais.

“Oggi – ha dichiarato la Presidente del Centro Donna Ceteris, Silvana Maniscalco – c’è la necessità di allargare la lente di attenzione sul tema della violenza di genere a tutti i suoi risvolti, in ambito sociale e psicologico. Siamo di fronte a differenti realtà, sulle quali il presidio deve essere continuo.La violenza non può essere più categorizzata nei maltrattamenti, negli atti persecutori o nelle molestie, ma anche in nuove pieghe che rispecchiano l’evoluzione della società in cui viviamo: una di queste, non va dimenticato, è il cyberbullismo, sul quale abbiamo avuto non poche segnalazioni negli ultimi mesi. La violenza di genere dunque – ha rimarcato la dott.ssa Maniscalco – è una patologia che si articola in complessi e articolati effetti, capaci di lacerare il corpo sociale del nostro tempo, e in modo particolare, la cellula vitale della nostra quotidianità: la famiglia. Indebolita, o spesso distrutta dai tragici epiloghi segnati dal passaggio della violenza di genere. A sopportarne il carico più difficile sono gli orfani delle madri uccise da violenza, il loro futuro, la non facile elaborazione di un lutto incancellabile“.

LE LINEE DELLA RICERCA

Si tratta di bambini e bambine, vite che si ritrovano d’un colpo privi di un sostegno educativo, affettivo e psicologico necessario e determinante per il superamento di una tragedia così devastante come quella di un omicidio materno ad opera di un padre (colpevole nell’80% dei casi).

I dati svelano una geografia del dolore che localizza soprattutto al Nord il maggior numero di orfani, considerato soprattutto che il 50 per cento delle donne uccise nei tredici anni presi in esame dall’indagine vivevano tra la Lombardia, il Veneto e il Piemonte. Ma non è del tutto semplice e scontato disegnare una mappa esatta del fenomeno, anche perché, sempre al Nord, le stesse vittime di violenza erano normalmente giovani ragazze, dunque forse non tutte avevano figli.

Punto di partenza della ricerca, sono i nomi delle vittime, ma non è detto che i cognomi dei figli siano gli stessi. Ecco perché vale anche in questo caso l’appello alla rete: avvocati, anagrafe comunale, parenti, parrocchie, istituzioni pubbliche, tribunali, chiunque sia direttamente o indirettamente coinvolto con la vita di questi orfani va inserito in un’azione di corresponsabilità collettiva.

Allo stato attuale, infatti, non esistono strumenti che offrano a questi orfani una nuova opportunità di vita. In molti casi vengono affidati a parenti stretti, spesso anziani, ma questa non sempre è la soluzione migliore. Occorre, dunque, investire su un necessario affiancamento psicologico che supporti questi ragazzi a crescere, a ricostruire dentro se stessi un tessuto di accettazione del dolore capace di restituirli alla vita e alle loro emozioni. E’ un problema che chi opera nel campo della violenza di genere deve iniziare a porsi con scrupolo e professionalizzazione. Diversamente, si rischia di lasciare soli e fragili i figli di una violenza che ammazza due volte.