Forme di relazioni nuove per una società che risponda alla violenza di genere ripartendo dalla scuola e dai valori.

Forme di relazioni nuove per una società che risponda alla violenza di genere ripartendo dalla scuola e dai valori.

Da dove riparte l’azione di rete che in questi ultimi anni abbiamo progressivamente intessuto nel territorio regionale intorno a quel pernicioso strappo di dignità umana che la violenza di genere produce nella società quotidiana? Da dove si riaccendono le braci di una coscienza civile disponibile a rianimare un dibattito pubblico, sociale e politico per iniziare un percorso comune di ricostruzione valoriale?

Iniziamo da queste domande, di sicuro non semplici da rispondere, per provare ad affiancare le casistiche di queste ultime ore, con valutazioni che sappiano guardare oltre la cronaca, con onestà e impegno. I fatti recenti di Oristano, gli ultimissimi di Sestu, e le tante segnalazioni che giungono nel Centro Antiviolenza Donna Ceteris, ci confermano ancora una volta che il linguaggio della violenza (quella di genere, quella che vive nel silenzio adolescenziale, quella che nasce come prolungamento distorto dei nuovi strumenti della comunicazione), non trova soluzione alcuna se ognuno di noi non metterà a disposizione un pezzo della propria identità a servizio di questa grande battaglia: la battaglia universale della tolleranza, del dialogo, del rispetto.

Dentro il caso. Non più, solo, sul caso. Dentro le parole. Non più solo parole. Ognuno di noi può, e deve, tracciare una linea di differenza visibile in questa continua marea della violenza. Ognuno di noi gioca un ruolo fondamentale in questo moto di cattiveria che ciclicamente si riafferma lasciandoci ogni volta con quella sensazione di inattesa fatalità, come fosse sempre il primo drammatico episodio che ci si presenta di fronte.

Ecco perché non possiamo ritenerci mai soddisfati se a strutturare l’azione dei Centri o delle Istituzioni, sono soltanto gli strumenti normativi, i piani di intervento, l’esatto calcolo delle risorse a disposizione. Dobbiamo, invece, fare uno sforzo in più, uno sforzo necessario: rafforzare, cioè, la logica strutturale delle politiche contro la violenza nutrendole di consapevolezza.

Si può cambiare una mentalità del sopruso e dell’omicidio? Noi diciamo di sì. E lo diciamo ripartendo dalla scuola, dall’insegnamento, dalla possibilità di raccontare nuovi modelli di relazione uomo-donna. Lo diciamo ripartendo dai diritti. Da quella necessaria lotta giuridica e di libertà che deve restituire dignità e nuove occasioni esistenziali alle vittime ferite. Ma lo diciamo, e senza cedimenti moralisti, ripartendo anche dalla denuncia di tutti quei pericolosi stereotipi culturali che nella comunicazione, nei media, e talvolta anche nel giornalismo, alimentando spregiudicatamente l’adesione a linguaggi di oppressione e prevaricazione, che fanno da prologo ai peggiori crimini. Abbiamo bisogno dunque di istituzioni, famiglie e scuole che sappiano educare al confronto. Che diventino quel pezzo di cittadinanza cosciente delle proprie azioni e pronta a testimoniare pratiche credibili di relazionalità umana, con approcci più dinamici alla diversità, e nuovi esempi di convivenza sentimentale.

Riparte allora da qui l’azione di rete che abbiamo avviato in Sardegna in questi ultimi anni. Riparte dall’intervento, sì, riparte dall’azione, ma soprattutto dall’attenta cura della radice culturale da cui si generano i drammatici epiloghi a cui assistiamo ogni giorno. Se a questa radice sapremmo dare un nuovo sostegno, contribuiremmo nel tempo a costruire una nuova forma di cittadinanza. Uomini e donne capaci di interpretare il proprio essere cittadini del mondo come un esercizio di diritti, di resistenza all’intolleranza, e vera negazione della violenza.

di Silvana Maniscalco
(Presidente Donna Ceteris)

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